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17 gennaio 2019

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Inchinarsi fa bene alla terra

– Keep calm and read a book –

chi non si inchina mai a niente
non saprà reggere il peso di se stesso.

Dostoevskij

Nota di Marilena Lucente: prendo questa citazione dal libro “Il silenzio è cosa viva”di Chandra Livia Candiani, in un capitolo dedicato all’inchinarsi. Anzi, si intitola proprio così:

inchinarsi fa bene alla terra

“E’ un gesto atletico – scrive Chandra – perchè interrompe la verticalità, consegna a terra, al luogo madre, alla fonte dello spuntare nuovi e freschi. Inchinarsi è una via di accesso alle infinite possibilità che si aprono con l’ammissione del limite. E’ importane che mi inchini con tuta me stessa, cioè sentendo il gesto, la sua danza, il suo senso. E’ testimonianza: io non so. E’ offerta: addestrami il cuore”.
Addestrami il cuore. Inchinarsi è anche saper chiedere. Ma come farlo, dove trovare il coraggio di farlo, se – proprio qualche pagina dopo – “il luogo dell’altro è il forse”?
L’altro, il tu è l’incognita, l’inconoscibile; il rischio di respingimento è altissimo, noi stessi non siamo così capaci nell’arte “dell’abitare e del coltivare”.
Eppure: “addestrami il cuore”. “chiedo asilo”. “nevicami”.
Le parole continuano, vanno verso la riva, chiedono, sperano.

gatto

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2 gennaio 2019

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C’è bellezza in ciò che è più forte di noi

– Keep calm and read a book –

Abbiamo la necessità di attraversare senza paura le sfumature dell’umano anche quando coincidono con rabbia, tristezza e scoramento. Abbiamo bisogno di accogliere e  legittimare i nostri sentimenti come anche la nostra confusione.
La confusione piace alla grazia.

Antonia Chiara Scardicchio, La ferita che cura

Nota di Marilena Lucente: Un libro, come recita il sottotitolo, dedicato al ‘dolore e sua possibile bellezza’.
Un interrogazione al dolore, in maniera coraggiosa, attraversando la poesia e la vita.
Io non sono così intrepida come Chiara, anche se lei e la sua scrittura sembrano fatte apposta per metterti sotto sopra tutte le convinzioni.
A lei, per lei, sta bene quel verso di Rilke: c’è bellezza in ciò che è più forte di noi.
È bella, la forza di Chiara. Dopo l’ultima pagina ho avuto voglia di stringere il libro tra le braccia. E l’ho fatto.

la ferita che cura

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26 dicembre 2018

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Vieni, siediti accanto a me un pochino

– Keep calm and read a book –

Vieni, siediti accanto a me un pochino.
Ecco, ritagliamoci un po’ di tempo dalle ‘molte cose ancora da fare’. Abbiamo tempo per farle tutte più tardi.
Ti posso assicurare che in quel giorno lontano in cui giungeremo alla porta del Paradiso non ci verrà chiesto con quanta cura abbiamo spolverato le crepe del marciapiede. Bensì con quanta profondità abbiamo deciso di vivere, e non da quante ‘importantissime’ stupidaggini ci siamo fatti seppellire.

(Clarissa Pinkola Estés, “La Danza delle Grandi Madri”)

panchina

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1 dicembre 2018

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È una cosa difficile da raccontare il silenzio

– Keep calm and read a book –

«È una cosa difficile da raccontare il silenzio.
Mi viene da dire che assomiglia a un colore che impari a guardare a lungo e poi ci trovi tutte le sfumature. Assomiglia al mare quando finalmente ti lasci andare.
Anche nel silenzio accade così.
Una parte di te scivola via, si allontana e si porta tutto quello che non serve più»

da “E poi torna alla luce con i suoi canti” di Marilena Lucentesilenzio«

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1 dicembre 2018

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La vita era così e basta

– Keep calm and read a book –

 

Vediamo chi la spunta questa volta, mi sono detta. Ho acceso il computer e ho cominciato a scrivere ogni dettaglio della nostra storia, tutto ciò che mi è rimasto in mente.

E. Ferrante, L’amica geniale

Nota di Marilena Lucente: in mente, per adesso, ci è rimasto lo stupore, la confusione delle emozioni, il riconoscersi in tanti passaggi di questa storia; l’amica che andava con il passo sicuro, aderente alle cose, e noi invece sempre un po’ staccati dalle nostre azioni, incerte, un po’ perdenti; le case, le strade, piene di gente, abitate da quell’amore fatto di dolore, i desideri che si presentavano con violenza e con violenza andavano trattati; la cattiveria necessaria come il pane. e c’era più cattiveria che pane.
Il bisogno di stringersi, di trovare quell’altra parte di sè venuta lontano a combaciare, il tu necessario al respiro, sino a diventare una cosa sola: le migliori amiche e nello stesso tempo le peggiori nemiche:

“Forse devo cancellare Lila da me come un disegno sulla lavagna, pensai, e fu, credo, la prima volta. Mi sentivo fragile, esposta a tutto, non potevo passare il mio tempo a inseguirla o a scoprire che lei mi inseguiva, e nell’un caso e nell’altro sentirmi da meno”.

E’ Lenù che scrive, che vuole cancellare. E’ lei che sente il freddo da quel lato del corpo quando l’altra non c’è.

Non ho nostalgia della nostra infanzia, è piena di violenza. Ci succedeva di tutto, in casa e fuori, ma non ricordo di aver mai pensato che la vita che c’era capitata fosse particolarmente brutta. La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi.

E. Ferrante, L’amica geniale

Nota di Marilena Lucente: per chi legge Elena Ferrante da anni, per chi l’ha scoperta di recente, questa sera – per me, finalmente – va in onda la serie tv de L’amica geniale.
Un racconto che ci porta nel cuore della violenza del nostro sud, quella violenza che nasce dalla miseria, con uno sguardo crudo, crudele, perchè non c’è altro modo di raccontare le vite che sono cresciute così: in ogni casa una guerra, interrotta solo da qualche momento di tregua, in ogni strada una sfida, un pericolo, l’unico modo per diventare grandi.
La scuola. La scuola dalle maestre severe e necessarie, le sole forse capaci di vedere un poco di futuro per queste bambine.

“Quando si è al mondo da poco è difficile capire quali sono i disastri all’origine del nostro sentimento del disastro, forse non se ne sente nemmeno la necessità. I grandi, in attesa di domani, si muovono in un presente dietro al quale c’è ieri o l’altro ieri o al massimo la settimana scorsa: al resto non vogliono pensare. I piccoli non sanno il significato di ieri, dell’altro ieri, e nemmeno di domani, tutto è questo, ora”.

E poi quell’amore, quel poco di amore rubato alla miseria, che arriva, rende gli occhi più neri, e quasi ti tramortisce.
Questo siamo, nel profondo: figli di carezze ruvide e di un sud sempre antico che non ci lascia mai, che non lasciamo mai.amicageniale

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2 novembre 2018

Commenti disabilitati su I morti siedono sui fili della luce come gocce di pioggia

I morti siedono sui fili della luce come gocce di pioggia

– Keep calm and read a book –

Ci sono le tende
E le lenzuola
Il bicchiere
La menta alla finestra
C’è la sedia
E c’è la stuoia
E dentro a tutto
C’è quel lieve
Danzare di molecole
Quella luce vispa
Che brilla
E fa capriole
Nei vuoti vivi
Di ogni cosa
E fa dell’aria
Sbigottita
Amore.

Bevendo il tè con i morti” di Chandra Livia Candiani

Nota di marilena Lucente: Sono giorni che porto con me questo piccolo e prezioso libro di poesie.

Verso sera
I morti siedono sui fili della luce
Come gocce di pioggia
Che è già caduta.

Questa la prima pagina, la prima poesia. I morti sono gocce di pioggia ferme sui fili della luce, la morte è ciò che resta, chi è andato via diventa molecola di luce tra tende, pensieri davanti alla macchinetta del caffè, rumore del vento.
I vuoti vivi, li chiama la poetessa. Sentire, al di là delle parole, delle circostanze, degli eventi.
Abitare, i vuoti vivi.
Accade anche nostro malgrado. E lì, nello sbigottimento, scoprire altra vita.

Hanno spalle
leggere ed eleganti
come dopo la prima nevicata
i portatori di pace
entrando seminano
a piccoli gesti celati
fiocchi di silenzio.

Marilena Lucente: i portatori di pace della poesia sono quelli che non ci sono più. i morti escono di scena e si intravedono le spalle, “leggere ed eleganti come dopo la prima nevicata”. Vanno via così, intanto lasciano dietro di sè ricordi fiocchi di neve, parole non dette, accenni di gesti, brevi carezze nell’aria. si allontanano lasciandosi dietro una scia di fiocchi di neve e di silenzio.

La foto è di Simone Aprile, un fotografo siciliano che a me piace tanto, che insegna a guardare con amore.

siciliano

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2 novembre 2018

Commenti disabilitati su La meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire

La meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire

– Keep calm and read a book –

La meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire

 

…e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli…

❝Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.
I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.
Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.❞

(da Racconti quotidiani di Andrea Camilleri) – tratto da “Qua e là per l’Italia” – Alma Edizione, Firenze, 2008.

novembre camilleri

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21 ottobre 2018

Commenti disabilitati su Parlare con chi non c’è più. Scoprire cosa lasciare andare e cosa tenere.

Parlare con chi non c’è più. Scoprire cosa lasciare andare e cosa tenere.

– Keep calm and read a book –

Siamo esseri umani imperfetti, consapevoli di quella mortalità anche quando la respingiamo, traditi proprio dalla nostra complessità, e così schizzati che quando piangiamo chi abbiamo perduto piangiamo anche, nel bene e nel male, noi stessi. Come eravamo. Come non siamo più.
Come un giorno non saremo affatto.

J. Didion, L’anno del pensiero magico

Nota di Marilena Lucente: La morte non si impara mai. Figuriamoci dai libri. Accade il contrario, casomai: è la morte che insegna come vivere, ad esempio, quello per cui ha senso vivere. Eppure questo libro ha la capacità di raggiungere certi passaggi impervi dell’anima, che sento di doverlo rileggere ogni tanto.
“La vita cambia in fretta.
La vita cambia in un istante.
Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.
Il problema dell’autocommiserazione”.

Joan Didion scrive così, con queste frasi brevi e asciutte, anche spietate. perchè vuole, lo pretende proprio, qualcosa di grande e sconfinato: il Ritorno del passato. Forse, semplicemente del marito che è morto. Mille domande affollano la sua solitudine e il suo dolore. Mentre cerca di rispondere, va indietro nei giorni, cammina, ci cammina dentro. Cerca, cerca senza sosta.
Il pensiero magico del titolo è il parlare, come fanno i bambini con gli alberi, con chi non c’è più. Con chi ci ha lasciato. Allora ritornano frasi che solo dopo hanno un senso. Come quella volta che lui le aveva detto:
“Dovevi sentirla cambiare, la marea. E dovevi abbandonarti al cambiamento”.
Solo con questo lasciare andare, via via che si scopre cosa lasciare andare e cosa tenere, cambia il senso di tutto, anche del tanto desiderato ritorno.

cosa lasciare andare

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19 ottobre 2018

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E poi torna alla luce con i suoi canti

– Keep calm and read a book –

Una mia amica mi ha insegnato a prendere in considerazione un altro aspetto della maternità: si è madri sempre. Anche dei figli che non ci sono più e di quelli che non sono nati. Sempre.

Nonna regalava ad ogni nipotino che nasceva una copertina all’uncinetto… … …
Nonna diceva: “accumugh!” Alcune le usava per coprire per qualche ora la pasta lasciata a lievitare. “Accumugh”. Copri. Usava la stessa espressione per non parlare più di qualcosa di brutto che era accaduto. Copri, lascia perdere, non dargli troppo peso. Coprilo. Non farlo vedere.
Da un certo punto in poi però questo verbo non mi è piaciuto più. Non mi piace più coprire. Lo faccio, certo che lo faccio ancora. Però ho imparato una cosa. Il bisogno di piacere, il bisogno di compiacere, di coprire quello che non va, toglie coraggio. non ci fa essere quello che vogliamo. Coprire è un gesto che può essere caldo e avvolgente. Ma coprire per nascondere no.

Il primo libro che ho letto, quello con cui ho scoperto il piacere della lettura, l’ho trovato su una terrazza. Era un libro dalla copertina gialla, grande, voluminoso, da tenere sulle gambe. Una antologia di raccontidelle mie zie 8anche loro presenze fatate nelle nostre vite). Seduta sull’ultimo gradino della scala, dietro la tenda il sole infuocato di luglio e il tempo lunghissimo dell’estate dell’infanzia, ho letto “La storia delle tre melarance”.

Ho migliaia di libri, oramai. Romanzi, saggi, biografie, storia, manuali di pedagogia, testi di diritto, architettura, geografia, psicologia. Eppure, ogni volta che ho bisogno di trovare delle risposte non posso fare a meno di prendere in mano un libro di poesia. Lì c’è tutto.

Ci sono stanze in cui tutto mi parla di te. Chiudi la porta, spegni la luce. Nelle altre sento la mancanza del fututo, quello che non potremo più avere.
Sto cercando la porta giusta, papà.
Quanto alla luce: cosa c’è da spegnere? E’ così buio, da quando non ci sei.

“Tu non devi sognare più. Perchè i sogni sono filo spinato tra te e gli altri”. Mentre parla sento un gran male da qualche parte, mi sembra di essermi raschiata senza sapere dove, sono ferma ma ho la sensazione di sanguinare, di aver inciampato in un filo spinato nascosto da qualche parte… … … Leggeva dei versi in francese, non li capivo ma vedevo quel filo spinato disfarsi davanti ai miei occhi, lontano, a cinquecento chilometri di distanza. C’erano fili che si scioglievano e diventavano respiro. C’erano altri mondi oltre quel recinto. Ritornai a sognare, a essere libera, a non aver paura di immaginare, E dunque desiderare.

Negli anni ho sempre verificato: un uomo, una donna, un ragazzo, una ragazza, persino una bambina o un bambino, sono grandi o piccoli quanto lo sono i loro desideri. I desideri assomigliano molto  a ciò che siamo.

Estate, caldo insopportabile, situazione insopportabile. Allora fa quello che facciamo in tanti. Sicuramente tutti quelli che sono vissuti vicino al mare. Va al mare, a parlare, a disperdere i pensieri. A perdersi, a trovarsi.

Sembra strano mettersi in viaggio per imparare il silenzio, che volendo, dice qualcuno, puoi praticare a casa. non è così. Ci sono tanti tipi di silenzio nel mondo. Bisogna saperli cercare. Come fa chi per tutta la vita colleziona tramonti. C’è chi va in giro nel mondo per vedere il sole che scompare all’orizzonte e rende incredibile il cielo. Da allora ho praticato il silenzio in tanti posti diversi… … …

Marilena Lucente, “E poi torna alla luce con i suoi canti”

marilena

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14 ottobre 2018

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Il solitario

– Keep calm and read a book –

Subito dopo era caduto il libro, con le poesie di Keats. una diceva, sì, diceva, perchè le poesie dicono oppure stanno zitte.
I versi, la fama, la bellezza
sono intensi davvero,
ma più intensa è la morte.

Il corpo di mamma è bruciato con tutta la vestaglia. Presi la scatola delle ceneri al deposito delle cremazioni. Ora stanno sotto il pino spezzao.
Ci penso quando faccio i due solitari con le carte napoletane. Lei siede sulla sedia, le spalle al camino acceso, legge un libri, smette quando stende le carte.
Si chiamano solitari, ma i miei sono accompagnati da lei.
Sono accompagnato negli isolamenti da voi che ufficialmente non ci siete.

E. De Luca, il giro dell’oca

Nota di Marilena Lucente: dopo aver parlato del padre, il racconto scivola sulla madre, sul momento in cui lei è morta, “nel primo minuto avevo gridato una sillaba lunga, la negazione breve”. tutto nuovo, per uno che non grida.
l’eredità è scoperta continua, un gesto, un’espressione, un modo di arrotolare le maniche della camicia, il momento del giorno dedicato al solitario.

Il solitario. tra i giochi più misteriosi de mondo, la concentrazione su quattro file di carte, il mazzo tra le mani, le possibilità, la sequenza giusta che bisogna ricomporre nonostante il caso, la domanda silenziosa prima di incominciare la partita. e i pensieri inattesi, come carte girate.
Sono momenti di pura filosofia, i solitari.
E’ una solitudine densa, compatta. Una armatura.
Un passatempo antico. Chiunque abbia conosciuto una persona che faceva i solitari sa di cosa sto parlando. e perchè quel gesto, quella postura, rimangono negli occhi anche quando non ci sono più.

oca

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