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L’attesa come segreto

27 febbraio 2019

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– Keep calm and read a book –

L’attesa come segreto, così che nessuno al mondo ne sa qualcosa, tranne colui che è atteso e colui che attende. Un sentimento che per intensità è superiore a qualunque altro.

(Elias Canetti – La rapidità dello spirito)

da facebook “Pagina Bianca”

attesa

 

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Amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso

15 febbraio 2019

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– Keep calm and read a book –

Mi stringerai ancora più forte e mi bacerai con tutta l’anima, come se, così facendo, riversassi in me tutto quello che è racchiuso e celato in te, che si aprirà e si svelerà nel mio corpo, piano piano, finché tutto si scioglierà.

D. Grossman, Che tu sia per me il coltello

Nota di Marilena Lucente: per misteriose ragioni ci sono dei libri che ci prendono e ci portano via, ci dicono tutto di noi, raccontano i nostri desideri profondi, finanche i più remoti e nascosti, ci fanno compagnia, a volte per tutta la vita. Questo libro ha su di me questo effetto.

frasi imparate a memoria:

“Volesse il cielo che due estranei vincessero l’estraneità”.

pagine piene di visioni, sguardi, coraggio:

“Avremo un sacco di primi incontri come quello e ogni volta ci scopriremo in modo nuovo. Perché rinunciare a qualcosa? Perché rinunciare a tutto? Voglio tutto con te, perché solo con te posso volere tutto. Perché, forse, solo attraverso questo prodigo “tutto” ci verrà svelata, a poco a poco, l’essenza particolare che può crearsi tra te e me, ma mai tra altre due persone. […] Per tutta la vita ci “accontentiamo”, e con te voglio toccare tutto, con gesti ampi e generosi, come se questa fosse l’ultima volta che tocco in vita mia”.

passaggi pieni di immaginazione, e felicità

“Dopo aver fatto l’amore, dormiremo abbracciati. La tua schiena contro il mio ventre. E io stringerò le dita dei piedi attorno alle tue caviglie, come delle mollette, perché tu non possa volar via la notte. Saremo come un’immagine in un libro di scienze: un frutto tagliato a metà, tu la buccia e io il torsolo”.

e soprattutto, necessità

“Amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso”

coltello

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Inchinarsi fa bene alla terra

17 gennaio 2019

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chi non si inchina mai a niente
non saprà reggere il peso di se stesso.

Dostoevskij

Nota di Marilena Lucente: prendo questa citazione dal libro “Il silenzio è cosa viva”di Chandra Livia Candiani, in un capitolo dedicato all’inchinarsi. Anzi, si intitola proprio così:

inchinarsi fa bene alla terra

“E’ un gesto atletico – scrive Chandra – perchè interrompe la verticalità, consegna a terra, al luogo madre, alla fonte dello spuntare nuovi e freschi. Inchinarsi è una via di accesso alle infinite possibilità che si aprono con l’ammissione del limite. E’ importane che mi inchini con tuta me stessa, cioè sentendo il gesto, la sua danza, il suo senso. E’ testimonianza: io non so. E’ offerta: addestrami il cuore”.
Addestrami il cuore. Inchinarsi è anche saper chiedere. Ma come farlo, dove trovare il coraggio di farlo, se – proprio qualche pagina dopo – “il luogo dell’altro è il forse”?
L’altro, il tu è l’incognita, l’inconoscibile; il rischio di respingimento è altissimo, noi stessi non siamo così capaci nell’arte “dell’abitare e del coltivare”.
Eppure: “addestrami il cuore”. “chiedo asilo”. “nevicami”.
Le parole continuano, vanno verso la riva, chiedono, sperano.

gatto

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C’è bellezza in ciò che è più forte di noi

2 gennaio 2019

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Abbiamo la necessità di attraversare senza paura le sfumature dell’umano anche quando coincidono con rabbia, tristezza e scoramento. Abbiamo bisogno di accogliere e  legittimare i nostri sentimenti come anche la nostra confusione.
La confusione piace alla grazia.

Antonia Chiara Scardicchio, La ferita che cura

Nota di Marilena Lucente: Un libro, come recita il sottotitolo, dedicato al ‘dolore e sua possibile bellezza’.
Un interrogazione al dolore, in maniera coraggiosa, attraversando la poesia e la vita.
Io non sono così intrepida come Chiara, anche se lei e la sua scrittura sembrano fatte apposta per metterti sotto sopra tutte le convinzioni.
A lei, per lei, sta bene quel verso di Rilke: c’è bellezza in ciò che è più forte di noi.
È bella, la forza di Chiara. Dopo l’ultima pagina ho avuto voglia di stringere il libro tra le braccia. E l’ho fatto.

la ferita che cura

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Vieni, siediti accanto a me un pochino

26 dicembre 2018

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Vieni, siediti accanto a me un pochino.
Ecco, ritagliamoci un po’ di tempo dalle ‘molte cose ancora da fare’. Abbiamo tempo per farle tutte più tardi.
Ti posso assicurare che in quel giorno lontano in cui giungeremo alla porta del Paradiso non ci verrà chiesto con quanta cura abbiamo spolverato le crepe del marciapiede. Bensì con quanta profondità abbiamo deciso di vivere, e non da quante ‘importantissime’ stupidaggini ci siamo fatti seppellire.

(Clarissa Pinkola Estés, “La Danza delle Grandi Madri”)

panchina

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È una cosa difficile da raccontare il silenzio

1 dicembre 2018

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«È una cosa difficile da raccontare il silenzio.
Mi viene da dire che assomiglia a un colore che impari a guardare a lungo e poi ci trovi tutte le sfumature. Assomiglia al mare quando finalmente ti lasci andare.
Anche nel silenzio accade così.
Una parte di te scivola via, si allontana e si porta tutto quello che non serve più»

da “E poi torna alla luce con i suoi canti” di Marilena Lucentesilenzio«

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La vita era così e basta

1 dicembre 2018

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Vediamo chi la spunta questa volta, mi sono detta. Ho acceso il computer e ho cominciato a scrivere ogni dettaglio della nostra storia, tutto ciò che mi è rimasto in mente.

E. Ferrante, L’amica geniale

Nota di Marilena Lucente: in mente, per adesso, ci è rimasto lo stupore, la confusione delle emozioni, il riconoscersi in tanti passaggi di questa storia; l’amica che andava con il passo sicuro, aderente alle cose, e noi invece sempre un po’ staccati dalle nostre azioni, incerte, un po’ perdenti; le case, le strade, piene di gente, abitate da quell’amore fatto di dolore, i desideri che si presentavano con violenza e con violenza andavano trattati; la cattiveria necessaria come il pane. e c’era più cattiveria che pane.
Il bisogno di stringersi, di trovare quell’altra parte di sè venuta lontano a combaciare, il tu necessario al respiro, sino a diventare una cosa sola: le migliori amiche e nello stesso tempo le peggiori nemiche:

“Forse devo cancellare Lila da me come un disegno sulla lavagna, pensai, e fu, credo, la prima volta. Mi sentivo fragile, esposta a tutto, non potevo passare il mio tempo a inseguirla o a scoprire che lei mi inseguiva, e nell’un caso e nell’altro sentirmi da meno”.

E’ Lenù che scrive, che vuole cancellare. E’ lei che sente il freddo da quel lato del corpo quando l’altra non c’è.

Non ho nostalgia della nostra infanzia, è piena di violenza. Ci succedeva di tutto, in casa e fuori, ma non ricordo di aver mai pensato che la vita che c’era capitata fosse particolarmente brutta. La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi.

E. Ferrante, L’amica geniale

Nota di Marilena Lucente: per chi legge Elena Ferrante da anni, per chi l’ha scoperta di recente, questa sera – per me, finalmente – va in onda la serie tv de L’amica geniale.
Un racconto che ci porta nel cuore della violenza del nostro sud, quella violenza che nasce dalla miseria, con uno sguardo crudo, crudele, perchè non c’è altro modo di raccontare le vite che sono cresciute così: in ogni casa una guerra, interrotta solo da qualche momento di tregua, in ogni strada una sfida, un pericolo, l’unico modo per diventare grandi.
La scuola. La scuola dalle maestre severe e necessarie, le sole forse capaci di vedere un poco di futuro per queste bambine.

“Quando si è al mondo da poco è difficile capire quali sono i disastri all’origine del nostro sentimento del disastro, forse non se ne sente nemmeno la necessità. I grandi, in attesa di domani, si muovono in un presente dietro al quale c’è ieri o l’altro ieri o al massimo la settimana scorsa: al resto non vogliono pensare. I piccoli non sanno il significato di ieri, dell’altro ieri, e nemmeno di domani, tutto è questo, ora”.

E poi quell’amore, quel poco di amore rubato alla miseria, che arriva, rende gli occhi più neri, e quasi ti tramortisce.
Questo siamo, nel profondo: figli di carezze ruvide e di un sud sempre antico che non ci lascia mai, che non lasciamo mai.amicageniale

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I morti siedono sui fili della luce come gocce di pioggia

2 novembre 2018

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Ci sono le tende
E le lenzuola
Il bicchiere
La menta alla finestra
C’è la sedia
E c’è la stuoia
E dentro a tutto
C’è quel lieve
Danzare di molecole
Quella luce vispa
Che brilla
E fa capriole
Nei vuoti vivi
Di ogni cosa
E fa dell’aria
Sbigottita
Amore.

Bevendo il tè con i morti” di Chandra Livia Candiani

Nota di marilena Lucente: Sono giorni che porto con me questo piccolo e prezioso libro di poesie.

Verso sera
I morti siedono sui fili della luce
Come gocce di pioggia
Che è già caduta.

Questa la prima pagina, la prima poesia. I morti sono gocce di pioggia ferme sui fili della luce, la morte è ciò che resta, chi è andato via diventa molecola di luce tra tende, pensieri davanti alla macchinetta del caffè, rumore del vento.
I vuoti vivi, li chiama la poetessa. Sentire, al di là delle parole, delle circostanze, degli eventi.
Abitare, i vuoti vivi.
Accade anche nostro malgrado. E lì, nello sbigottimento, scoprire altra vita.

Hanno spalle
leggere ed eleganti
come dopo la prima nevicata
i portatori di pace
entrando seminano
a piccoli gesti celati
fiocchi di silenzio.

Marilena Lucente: i portatori di pace della poesia sono quelli che non ci sono più. i morti escono di scena e si intravedono le spalle, “leggere ed eleganti come dopo la prima nevicata”. Vanno via così, intanto lasciano dietro di sè ricordi fiocchi di neve, parole non dette, accenni di gesti, brevi carezze nell’aria. si allontanano lasciandosi dietro una scia di fiocchi di neve e di silenzio.

La foto è di Simone Aprile, un fotografo siciliano che a me piace tanto, che insegna a guardare con amore.

siciliano

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La meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire

2 novembre 2018

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La meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire

 

…e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli…

❝Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.
I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.
Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.❞

(da Racconti quotidiani di Andrea Camilleri) – tratto da “Qua e là per l’Italia” – Alma Edizione, Firenze, 2008.

novembre camilleri

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Parlare con chi non c’è più. Scoprire cosa lasciare andare e cosa tenere.

21 ottobre 2018

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Siamo esseri umani imperfetti, consapevoli di quella mortalità anche quando la respingiamo, traditi proprio dalla nostra complessità, e così schizzati che quando piangiamo chi abbiamo perduto piangiamo anche, nel bene e nel male, noi stessi. Come eravamo. Come non siamo più.
Come un giorno non saremo affatto.

J. Didion, L’anno del pensiero magico

Nota di Marilena Lucente: La morte non si impara mai. Figuriamoci dai libri. Accade il contrario, casomai: è la morte che insegna come vivere, ad esempio, quello per cui ha senso vivere. Eppure questo libro ha la capacità di raggiungere certi passaggi impervi dell’anima, che sento di doverlo rileggere ogni tanto.
“La vita cambia in fretta.
La vita cambia in un istante.
Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.
Il problema dell’autocommiserazione”.

Joan Didion scrive così, con queste frasi brevi e asciutte, anche spietate. perchè vuole, lo pretende proprio, qualcosa di grande e sconfinato: il Ritorno del passato. Forse, semplicemente del marito che è morto. Mille domande affollano la sua solitudine e il suo dolore. Mentre cerca di rispondere, va indietro nei giorni, cammina, ci cammina dentro. Cerca, cerca senza sosta.
Il pensiero magico del titolo è il parlare, come fanno i bambini con gli alberi, con chi non c’è più. Con chi ci ha lasciato. Allora ritornano frasi che solo dopo hanno un senso. Come quella volta che lui le aveva detto:
“Dovevi sentirla cambiare, la marea. E dovevi abbandonarti al cambiamento”.
Solo con questo lasciare andare, via via che si scopre cosa lasciare andare e cosa tenere, cambia il senso di tutto, anche del tanto desiderato ritorno.

cosa lasciare andare

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