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2 novembre 2018

Commenti disabilitati su La meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire

La meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire

– Keep calm and read a book –

La meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire

 

…e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli…

❝Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.
I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.
Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.❞

(da Racconti quotidiani di Andrea Camilleri) – tratto da “Qua e là per l’Italia” – Alma Edizione, Firenze, 2008.

novembre camilleri

21 ottobre 2018

Commenti disabilitati su Parlare con chi non c’è più. Scoprire cosa lasciare andare e cosa tenere.

Parlare con chi non c’è più. Scoprire cosa lasciare andare e cosa tenere.

– Keep calm and read a book –

Siamo esseri umani imperfetti, consapevoli di quella mortalità anche quando la respingiamo, traditi proprio dalla nostra complessità, e così schizzati che quando piangiamo chi abbiamo perduto piangiamo anche, nel bene e nel male, noi stessi. Come eravamo. Come non siamo più.
Come un giorno non saremo affatto.

J. Didion, L’anno del pensiero magico

Nota di Marilena Lucente: La morte non si impara mai. Figuriamoci dai libri. Accade il contrario, casomai: è la morte che insegna come vivere, ad esempio, quello per cui ha senso vivere. Eppure questo libro ha la capacità di raggiungere certi passaggi impervi dell’anima, che sento di doverlo rileggere ogni tanto.
“La vita cambia in fretta.
La vita cambia in un istante.
Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.
Il problema dell’autocommiserazione”.

Joan Didion scrive così, con queste frasi brevi e asciutte, anche spietate. perchè vuole, lo pretende proprio, qualcosa di grande e sconfinato: il Ritorno del passato. Forse, semplicemente del marito che è morto. Mille domande affollano la sua solitudine e il suo dolore. Mentre cerca di rispondere, va indietro nei giorni, cammina, ci cammina dentro. Cerca, cerca senza sosta.
Il pensiero magico del titolo è il parlare, come fanno i bambini con gli alberi, con chi non c’è più. Con chi ci ha lasciato. Allora ritornano frasi che solo dopo hanno un senso. Come quella volta che lui le aveva detto:
“Dovevi sentirla cambiare, la marea. E dovevi abbandonarti al cambiamento”.
Solo con questo lasciare andare, via via che si scopre cosa lasciare andare e cosa tenere, cambia il senso di tutto, anche del tanto desiderato ritorno.

cosa lasciare andare

19 ottobre 2018

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E poi torna alla luce con i suoi canti

– Keep calm and read a book –

Una mia amica mi ha insegnato a prendere in considerazione un altro aspetto della maternità: si è madri sempre. Anche dei figli che non ci sono più e di quelli che non sono nati. Sempre.

Nonna regalava ad ogni nipotino che nasceva una copertina all’uncinetto… … …
Nonna diceva: “accumugh!” Alcune le usava per coprire per qualche ora la pasta lasciata a lievitare. “Accumugh”. Copri. Usava la stessa espressione per non parlare più di qualcosa di brutto che era accaduto. Copri, lascia perdere, non dargli troppo peso. Coprilo. Non farlo vedere.
Da un certo punto in poi però questo verbo non mi è piaciuto più. Non mi piace più coprire. Lo faccio, certo che lo faccio ancora. Però ho imparato una cosa. Il bisogno di piacere, il bisogno di compiacere, di coprire quello che non va, toglie coraggio. non ci fa essere quello che vogliamo. Coprire è un gesto che può essere caldo e avvolgente. Ma coprire per nascondere no.

Il primo libro che ho letto, quello con cui ho scoperto il piacere della lettura, l’ho trovato su una terrazza. Era un libro dalla copertina gialla, grande, voluminoso, da tenere sulle gambe. Una antologia di raccontidelle mie zie 8anche loro presenze fatate nelle nostre vite). Seduta sull’ultimo gradino della scala, dietro la tenda il sole infuocato di luglio e il tempo lunghissimo dell’estate dell’infanzia, ho letto “La storia delle tre melarance”.

Ho migliaia di libri, oramai. Romanzi, saggi, biografie, storia, manuali di pedagogia, testi di diritto, architettura, geografia, psicologia. Eppure, ogni volta che ho bisogno di trovare delle risposte non posso fare a meno di prendere in mano un libro di poesia. Lì c’è tutto.

Ci sono stanze in cui tutto mi parla di te. Chiudi la porta, spegni la luce. Nelle altre sento la mancanza del fututo, quello che non potremo più avere.
Sto cercando la porta giusta, papà.
Quanto alla luce: cosa c’è da spegnere? E’ così buio, da quando non ci sei.

“Tu non devi sognare più. Perchè i sogni sono filo spinato tra te e gli altri”. Mentre parla sento un gran male da qualche parte, mi sembra di essermi raschiata senza sapere dove, sono ferma ma ho la sensazione di sanguinare, di aver inciampato in un filo spinato nascosto da qualche parte… … … Leggeva dei versi in francese, non li capivo ma vedevo quel filo spinato disfarsi davanti ai miei occhi, lontano, a cinquecento chilometri di distanza. C’erano fili che si scioglievano e diventavano respiro. C’erano altri mondi oltre quel recinto. Ritornai a sognare, a essere libera, a non aver paura di immaginare, E dunque desiderare.

Negli anni ho sempre verificato: un uomo, una donna, un ragazzo, una ragazza, persino una bambina o un bambino, sono grandi o piccoli quanto lo sono i loro desideri. I desideri assomigliano molto  a ciò che siamo.

Estate, caldo insopportabile, situazione insopportabile. Allora fa quello che facciamo in tanti. Sicuramente tutti quelli che sono vissuti vicino al mare. Va al mare, a parlare, a disperdere i pensieri. A perdersi, a trovarsi.

Sembra strano mettersi in viaggio per imparare il silenzio, che volendo, dice qualcuno, puoi praticare a casa. non è così. Ci sono tanti tipi di silenzio nel mondo. Bisogna saperli cercare. Come fa chi per tutta la vita colleziona tramonti. C’è chi va in giro nel mondo per vedere il sole che scompare all’orizzonte e rende incredibile il cielo. Da allora ho praticato il silenzio in tanti posti diversi… … …

Marilena Lucente, “E poi torna alla luce con i suoi canti”

marilena

14 ottobre 2018

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Il solitario

– Keep calm and read a book –

Subito dopo era caduto il libro, con le poesie di Keats. una diceva, sì, diceva, perchè le poesie dicono oppure stanno zitte.
I versi, la fama, la bellezza
sono intensi davvero,
ma più intensa è la morte.

Il corpo di mamma è bruciato con tutta la vestaglia. Presi la scatola delle ceneri al deposito delle cremazioni. Ora stanno sotto il pino spezzao.
Ci penso quando faccio i due solitari con le carte napoletane. Lei siede sulla sedia, le spalle al camino acceso, legge un libri, smette quando stende le carte.
Si chiamano solitari, ma i miei sono accompagnati da lei.
Sono accompagnato negli isolamenti da voi che ufficialmente non ci siete.

E. De Luca, il giro dell’oca

Nota di Marilena Lucente: dopo aver parlato del padre, il racconto scivola sulla madre, sul momento in cui lei è morta, “nel primo minuto avevo gridato una sillaba lunga, la negazione breve”. tutto nuovo, per uno che non grida.
l’eredità è scoperta continua, un gesto, un’espressione, un modo di arrotolare le maniche della camicia, il momento del giorno dedicato al solitario.

Il solitario. tra i giochi più misteriosi de mondo, la concentrazione su quattro file di carte, il mazzo tra le mani, le possibilità, la sequenza giusta che bisogna ricomporre nonostante il caso, la domanda silenziosa prima di incominciare la partita. e i pensieri inattesi, come carte girate.
Sono momenti di pura filosofia, i solitari.
E’ una solitudine densa, compatta. Una armatura.
Un passatempo antico. Chiunque abbia conosciuto una persona che faceva i solitari sa di cosa sto parlando. e perchè quel gesto, quella postura, rimangono negli occhi anche quando non ci sono più.

oca

14 ottobre 2018

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la solitudine assurda che si sente in mezzo alla folla

– Keep calm and read a book –

Dalla finestra di un decimo piano guardavo la folla sfilacciata, ognuno per se stesso, sui marciapiedi.
Conosco la folla che va tutta insieme in una direzione, camminando al centro della strada. Conosco la folla del marciapiede. Diventa schiera, classe addirittura popolo.
Guardavo dal decimo piano e mi dicevo il verso di Izet Sarajlic a sua moglie Miki: “Nessuna tu”.
Lei era diventata un nome sulla pietra al cimitero.
Lui non si capacitava che nel mondo pieno di donne, nessuna poteva essere lei.
Nessuna tu: ripetevo alla folla dei marciapiedi di quella città. Nessuna era tua madre.

E. De Luca, il giro dell”oca

Nota di Marilena Lucente: Nessuna tu. Nessuno tu. Quante volte l’abbiamo pensato anche noi, con la bocca dello stomaco stretto per una mancanza, una assenza, un vuoto troppo grande da attraversare, la solitudine assurda che si sente in mezzo alla folla.
Nessuna tu.
Il protagonista sta parlando al figlio immaginario, sta risalendo le origini, sta raccontando di sua madre. Qualche anno prima, in una città del Nord America, dalla finestra cerca, guarda, insegue la sua donna. C’è così tanta gente nel mondo. Eppure: nessuna tu. Tu è la direzione dello sguardo, il nostro nord, la nostra profonda verità. Di questo ne parlerà ancora a suo figlio.
Questa pagina, come nel gioco del domino, fa venire voglia di aprire altre pagine, altri libri. Nessuna tu va letta per intero. Insieme a qualche rigo della dedica di Izet Sarajlic alla sua donna.

“Ti dedico i miei occhi, le mie labbra, i miei denti.
Le poesie? Che te ne fai delle mie poesie scritte perchè
non sapevo tacere?
Che te ne fai delle mie poesie che non ti possono amare?
Com’è bello che non siamo né uccelli né devoti all’imbrunire
e non abbiamo le ali ma le braccia”.

Ha ragione il poeta: è bello non avere ali. Le braccia possono stringere, tenere, abbracciare.

nessuna tu

11 settembre 2018

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Primo giorno di scuola

– Pensieri e Parole –

Voi fate sogni ambiziosi, successo fama; ma queste cose costano ed è esattamente qui che si comincia a pagare: col sudore!

Lydia Grant, Saranno famosi

Nota di Marilena Lucente:

Saranno famosi, quello vero, quello che dava inizio ai nostri pomeriggi adolescenti, quello che ci aveva fatto sognare per tutta l’estate – ridere e persino innamorare – quello che ogni giorno ci ricordava “ma queste cose costano ed è esattamente qui”…
poi la serie finiva e incominciava la nostra, di scuola.
“Ed è esattamente qui” diventava, con la voce dei nostri professori: “pensate al domani”, “pensate al futuro”, “studiate”, “un domani, un domani…”.
In quegli anni, nelle nostre scuole, di balletti nemmeno l’ombra. Solo: studiate per il vostro bene.
Il bene era considerato più importante dei sogni.
D
omani in Campania incomincia la scuola.
Voi fate sogni ambiziosi
anche solo: voi fate sogni
sarebbe bello poterlo dire, poterlo pensare, accettare il rischio di vincere il disincanto continuo, farla finita con lo scetticismo continuo e reciproco.Voi fate sogni, che è come dire voi avete delle passioni, e queste passioni vi fanno muovere, alzare la testa da quello schermo che vi porta al guinzaglio – lui a voi, non il contrario – fanno di voi un universo da scoprire, miliardi di volte più bello di quello che nemmeno riuscite a immaginare, se solo ci provate.
Ma queste cose costano.
Grazie professoressa Lydia Grant, per avermelo ricordato questa mattina e per tutti gli anni Ottanta… ma questa è un’altra storia.

saranno famosi

10 luglio 2018

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Le poesie sono lettere al mondo

– Keep calm and read a book –

 

L’universo sa tutto di noi

Parliamo al buio, l’unica luce sono i suoi occhi, i miei sono quasi sempre chiusi. Mi guarda, mi tocca le mani, accarezza il mio gatto. Quasi ogni sera arriva un po’ di neve, la giornata con gli altri finisce alle quattro del pomeriggio, non c’è più bisogno di uscire. Io prima di lei non avevo mai incontrato un essere umano capace di vedermi. Erano stati capaci di odiarmi e di amarmi, ma mai di vedermi. È bello vivere con una che ti vede. Da quando ho conosciuto lei ho smesso di spiare il mio corpo, non mi guardo più, ho tolto dalla casa anche gli specchi. Con lei ho smesso anche la mia attitudine al lamento, alla recriminazione. La mia vita è finalmente vuota e insignificante. Non devo dimostrare più niente a nessuno. Io e lei non facciamo niente. Lei racconta, io ascolto, lei mi guarda, io mi faccio guardare. Ogni tanto la guardo anche io, le accarezzo i capelli, guardo i suoi seni e poi torno con gli occhi chiusi, sento la casa, sento il tempo che passa insieme a lei, sento che l’universo sa tutto di noi, ci lascia fare, sento quello che sono e tutte le anime che ho passato, sento i miei primi respiri,aspetto i suoi gesti e i suoi gesti arrivano. Non ci tocchiamo molto, ci limitiamo a guardarci e ad ascoltare i suoni, le storie che vengono dai nostri corpi. I nostri corpi suonano o raccontano mentre ci guardiamo, i nostri corpi stanno alla luce o in penombra, distesi o in piedi o seduti, quello che accade è sempre diverso anche se facciamo sempre la stessa cosa, teniamo il tempo tra le braccia e cerchiamo di non farlo cadere. Capita spesso di avere grandi pensieri mentre la guardo e anche lei mi dice di avere grandi pensieri mentre mi guarda. A volte questi pensieri li diciamo ad alta voce e s’incrociano tra loro e vanno per strade strane, i pensieri fatti col corpo in amore sono diversi dai pensieri che vengono quando leggiamo un giornale. Una volta mentre le accarezzavo la schiena ho pensato in modo così semplice da sentire il grande capogiro dell’universo. Lei mi porta in un mondo in cui c’è un solo attimo e in questo attimo il mondo si apre, si chiude, si offre, si nasconde, mi fa sentire le piante della casa, mi fa toccare il soffitto, fa scendere le nuvole nel camino, mi fa seguire una formica, mi mette nella sua testa e vedo il mondo da lì. Ora c’è il sole, sto mangiando la luce che entra dalla finestra, sto accarezzando l’erba che è fuori, nessuno sa che noi siamo qui, ora lei mi sta baciando, ora la sua lingua incolla le vertebre, non sono più un uomo a frammenti, non sono più una cosa sparsa in una terra rotta, sono nel mio fiato, sento le mie mani, piango, rido, divento una mollica di pane offerta a un passero, le mie ossa si sono rimpicciolite, stanno scomparendo, lo scheletro non mi serve, io devo solo piangere e ridere per il resto dei miei giorni, io devo solo vedere, ora ho gli occhi sulla pianta dei piedi, ora finalmente so dove cammino, e se apro le braccia tocco sempre qualcosa, il mio corpo ha smesso di girare a vuoto.

F. Arminio, Resteranno i canti

Nota di Marilena Lucente: e tra le poesie, che pure sono lettere al mondo, in questo libro di Franco Arminio, ci sono lettere. A volte hanno un mittente, un indirizzo, una direzione di volo. Altre volte no. Sono missive indirizzate a figure diverse, inaspettate, ecco.
Sono lettere racconto, estratti narrativi, parole per vedersi meglio.
Se è possibile, ogni lettera va riletta almeno tre quattro volte. Sentirete la differenza.

canti

Mai vista una primavera così bella.
La luce sembra impazzita,
è un diamante la testa del serpente,
il silenzio concima le ginestre,
sono quieti i paesi da lontano.
Non insistere a dolerti.
Ogni albero è tranquillo e felice di vederti.

F. Arminio, Resteranno i canti
Nota di Marilena Lucente: scegliere un libro di poesie, che è un po’ come scegliersi. Entrare dentro un mondo, quel mondo con le parole.
Scegliere un libro, che non è farsene una idea dalle frase incrociate qua e là sul web, ma sfogliare, sottolineare, fermarsi a pensare.
Scegliere un libro che racconta dell’amore e del tempo, degli occhi e degli alberi, del profumo di una donna e della rabbia che certe volte ti insegue.
Scegliere un libro che ti spinge a guardare, un rigo dopo l’altro, instancabilmente. con gli occhi della poesia, con lo sguardo acuminato delle lettere.

“vorrei fare da segnalibro
per essere mosso dalle te dita,
avanzare sommerso
fino all’ultimo capoverso”

10 luglio 2018

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Non basta mai a nessuno essere buttato nei giorni

– Keep calm and read a book –

Le persone si incontrano
per rinascere.
Nascere
non basta mai a nessuno.

Franco Arminio, Resteranno i canti

Nota di Marilena Lucente: tra le più brevi delle poesie di questa raccolta. le persone si incontrano: casualità, desiderio, necessità, gioco di dadi nello spazio e nel tempo, prima.
Dopo: irreversibilità, necessità, trasformazione.
Nascere non basta a nessuno.
“non basta mai a nessuno” essere buttato nei giorni.
Bisogna rinascere, venire al mondo, nascere ancora. Alla Vita vera. Quella che riconosciamo come nostra.
Rinascere. ancora e ancor.

resteranno i canti

29 giugno 2018

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29 giugno

giugno

I giorni e la Storia

29 giugno del 1798

Il 29 giugno 1798, a Recanati, nasce Giacomo Leopardi

“Cotesta età fiorita
E’ come un giorno d’allegrezza pieno…”

(Giacomo Leopardi – “Il sabato del villaggio”)

29 giugno

23 giugno 2018

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Siamo nelle stesso mondo

– Keep calm and read a book –

Dammi l’acqua
dammi la mano
dammi la tua parola
che siamo,
nello stesso mondo.

Chandra Livia Candiani, Fatti vivo

dammi la mano